venerdì 15 settembre 2017

Il contesto ed il punto di vista, Pieter Bruegel (Il Vecchio)


Autore:   Pieter Bruegel (il vecchio)
(Brogel, 1525 ca - Bruxelles, 1569)
 
Titolo dell’opera: La caduta di Icaro – 1558
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 73 cm x 112 cm
 
Ubicazione attuale:  Musée des Beaux Arts, Bruxelles





Geniale opera del maestro fiammingo dove la rappresentazione del paesaggio e dei personaggi che popolano la scena sembra estranea al suggerimento del titolo.

L’occhio dell’osservatore va dritto al contadino che è impegnato ad arare il proprio campo, lo sguardo basso attento all’andatura e alla direzione del cavallo.

Vicino al contadino notiamo un pastore affiancato dal proprio cane, il pastore è attratto da qualcosa in alto a sinistra che non possiamo vedere.

Un terzo personaggio si trova in basso a destra del dipinto, anche lui appare indaffarato nella pesca, come gli altri due è profondamente concentrato e perso nei suoi pensieri.

Il resto del dipinto è un meraviglioso paesaggio, il mare con le rocce che emergono dall'acqua, grandi navi che lo solcano e, in fondo, il sole che si accinge a sorgere.

Sullo sfondo, sia a destra che a sinistra, si vedono alte le montagne che fanno da cornice alla maestosa città con il porto pronto ad accogliere gli imponenti velieri.

Ma il titolo ci dice altro, Bruegel vuole rappresentare la caduta di Icaro.

Ed è proprio in basso a destra, appena sopra il pescatore, che vediamo le gambe di Icaro nell’istante in cui si inabissa a causa della caduta, attorno al corpo semisommerso vediamo quel che resta delle piume utilizzate per tentare il volo.

L’interpretazione del dipinto non è dunque cosi scontata, Bruegel mostra l’intrusione della storia in un’altra storia, da una parte l'apice, il culmine narrativo del mito, dall'altra una "normale" scena di vita quotidiana, accadono nello stesso istante anche se le due "cose" si ignorano.

Ma possiamo anche interpretare il dipinto dandone un giudizio morale, l’indifferenza della gente impegnata nei propri affanni davanti alla tragedia altrui, Icaro compie il proprio tragico percorso in assoluta solitudine. 
 

domenica 10 settembre 2017

L'enigma o l'arte del mistero, Jackson Pollock.


Autore:   Jackson Pollock
(Cody,1912 - Springs,1956)
 
Titolo dell’opera: Guardians of the secrets– 1743
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 122,9 cm x 191,5 cm
 
 
Ubicazione attuale:  Museum of Modern Art, San Francisco.





“Forse ci sono pittori più dotati o che dipingono con maggior continuità, ma nessuno come Pollock riesce ad esprimersi con altrettanta forza, verità o pienezza”

Si esprime cosi il critico Clement Greenberg alla prima mostra di Pollock nel novembre del 1943

L’opera è un’infinita raccolta di simboli, tutto è rappresentazione, metafora, emblema di un mondo segreto.

Fra i tanti “enigmi” spiccano i due custodi ai lati della tela, a sinistra quella che pare una figura femminile, il seno pronunciato ci mostra la femminilità ma la testa a forma di cavallo ci rimanda a presenze ultraterrene.

A destra la figura maschile, la barba e la postura che ricorda le guardie reali. Entrambe le figure rimandano ai Totem che i nativi americani erigevano per proteggersi dagli spiriti negativi.

Il vero nucleo segreto sta nel centro del dipinto, una serie di segni simili ai geroglifici dell’Egitto antico, solo la capacità di decifrare e interpretare tali messaggi ci permette di svelarne l’essenza.

In basso troviamo un cane dalle orecchie a punta, anche l’animale è a guardia dei misteri dell’opera, in questo caso potremmo trovarci davanti alla rappresentazione di Anubi il dio egiziano custode del regno dei morti.

La parte alta presenta altri simboli, tra cui spicca una maschera africana, anch’essa rappresenta, nella simbologia di questo continente, il custode dell’aldilà.

Maschere come questa si trovavano facilmente nei musei di New York negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso e hanno influenzato in modo significativo l'arte del novecento. Influenze che, in continua evoluzione, sono presenti nella concezione artistica contemporanea.

martedì 5 settembre 2017

La semplicità della perfezione, Federico Zeri


"Quando un’opera d’arte esce dalla norma e si avvicina all’assoluto accade che possa fare l’effetto di qualcosa di semplificato, perfino di rozzo.

Federico Zeri in un ritratto di Luciano Ventrone
E’ quello che molti incompetenti non riescono a capire, per esempio, nei disegni di Raffaello che, a prima vista, possono sembrare semplicemente degli schizzi gettati sulla carta  senza un’adeguata preparazione.

In realtà, si tratta della finta semplicità, della finta povertà di ciò che è estremamente elaborato.

E’ quello che accade anche per certa musica di Verdi che a chi non è ben preparato all’ascolto può fare l’effetto della canzonetta popolare. Persino certi versi di Dante possono fare questo effetto ...
… questa è anche la reazione delle persone non preparate; ma è anche la reazione di molti intellettuali di professione, molti critici di professione, i quali preferiscono le cose oscure.

Esiste, infatti, ai giorni nostri una certa sottocultura, che preferisce alla semplicità ciò che è involuto, oscuro, ciò che ha bisogno dell’esegeta di professione.
Quel che viene compreso dalle masse irrita questi intellettuali, che vivono proprio dell’ignoranza del pubblico e dell’oscurità dei testi, perché finisce col togliere loro il lavoro".

(Federico Zeri)


mercoledì 30 agosto 2017

Il centro gravitazionale, Giovanni Segantini.


Autore:   Giovanni Segantini
(Arco di Trento, 1858 - Monte Schafberg, 1899)
 
Titolo dell’opera: Le due madri – 1889
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 157 cm x 280 cm
 
Ubicazione attuale:  Galleria d’arte moderna, Milano.





La maternità come unico vero simbolo, essenza dell’essere umano, come parte fondamentale nella costruzione della vita nel senso più assoluto. Considerazione all’apparenza ovvia ma che Segantini trasforma nel centro gravitazionale dell’esistenza, inizio e fine di tutto.

La perdita della madre a soli sette anni influisce irrimediabilmente sulla percezione che il pittore ha della maternità, un legame affettivo, artistico e spirituale che non lo abbandonerà mai.

Nonostante il deciso rifiuto delle regole religiose imposte dalla Chiesa cattolica (l’artista non sposò mai l’amore della sua vita che gli diede quattro figli) ha sempre dato un’interpretazione cristiana al rapporto umano.

Quest’opera va al di la della rappresentazione del legame tra la madre e i figli, l’accostamento e l’annullamento delle differenze tra la madre “umana” e quella “animale” mostrano l’essenza naturale dell’evento.

Entrambe le madri sono raffigurate nell’istante in cui “dimenticano”, momentaneamente, il piccolo, a significare che il ciclo vitale continua, si svolge anche a loro insaputa, le due madri distolgono lo sguardo dai figli solamente per riprendere le forze, l’animale per nutrirsi, la donna per riposarsi.

La lanterna crea una condizione di luce che da al dipinto un’ulteriore senso di intimità, illumina il centro della scena lasciando in ombra le zone remote della stalla, la lampada illumina il vitellino, il bambino in fasce, il viso della donna addormentata e le mammelle della mucca, quest'ultimo forse il simbolo più forte di questa rappresentazione.